Mi hanno raccontato di qualcuno che impreziosito dal bene supremo della gelosia abbia stravolto l’ordine monotono delle azioni pur di assecondare le proprie debolezze. Mi hanno raccontato di uomini che non conoscono le proprie donne. Mi hanno raccontato di donne che preferiscono l’indifferenza di uomini sconosciuti pur di non soccombere alla pesantezza di risposte poco credibili.
La verità non vive di certezze. Se cosi fosse saremmo in grado di assecondarla.
Loro lo guardavano con disprezzo. Ma non è che se ne curasse più di tanto. Era talmente impegnato a indagare la materia infilata nell’intercapedine tra l’unghia dell’indice sinistro e la carne che non si sarebbe accorto di nulla.
In fondo non c’era nulla che potesse giustificare uno sguardo così ossessivo. I ragazzi hanno poco tatto. Hai visto quel tipo? Muove l’indice tra la bocca e gli occhi, strappa un pezzetto di unghia per poterlo rigirare in bocca, probabilmente ne farà una polpa e poi deglutirà come se fosse un boccone di carne cotta al sangue.
Ma no, cosa dici, sembra una persona così distinta. Perché dovrebbe farlo?
Deglutire è un piacere soggettivo. Indipendentemente dal luogo in cui avvenga. Esistono piante che decidono come nutrirsi a nostra insaputa. E’ solo la nostra accondiscendenza alla prassi a definire le regole.
Un paio di forchette lasciate asciugare al sole rivelano un momento di condivisione, indicano un pasto consumato. Per conoscere le parole dovrete scendere in profondità. Sarete così indelicati da farlo?
Se avessi saputo che non saresti venuto avrei fatto a meno di dimenticare che non saresti venuto. Se non mi avessi detto che la notte avrebbe aspettato ancora un po’ prima di dileguarsi sarei rimasto ad aspettare che potesse tornare.
Se ci fossi stato ci sarei stato. Invece loro ci sono non ci sono. Stanno li avvolti nelle loro vesti scure a cercarsi come fiori sparpagliati dall’acqua. A stringersi, a confortarsi, a reggersi.
M’hanno detto che c’è più solidarietà nel dolore. Come un pezzo di rugiada in fondo al cuore che singhiozza per farsi notare. Gli ho chiesto di aspettarmi. Di aspettarti. Non ce l’abbiamo fatta.
La natura umana è portata a intendere la relazione amorosa come qualcosa di vincolante. Una forma contrattuale in cui le parti raggiungono un accordo in virtù di un compromesso comune.
Qualora una delle parti, raramente in entrambi i casi, percepisca una mancanza nel rispetto delle norme prestabilite la relazione può considerarsi compromessa.
Non mi hai dato quello che mi sarei aspettato. Non ti ho dato quello che mi avevi promesso. Tutto qui.
Se l’amore esiste anche i raggi verdi fotonici hanno diritto di timbrare la loro presenza. Prima che tutto cominci, prima che tutto possa succedere è solo l’attesa a tenerci in scacco.
Esiste un mondo fatto di sorrisi ingenui e sognanti, una cartografia in cui Roma si fa la bambina dai riccioli d’oro. Strappa un paio di margherite dall’asfalto e ci dice: questo è amore. Ehi bambina lei è la mia puttana.
Esiste qualcosa che avresti voluto racchiudere nelle tue mani, difendere con le tue forze, proteggere dagli insulti e dall’indelicatezza. E’ il respiro caldo e gentile. Una tazza di caffè caldo sorseggiata in un bar di periferia. Ti sussurra qualcosa. No, non ero io a bere a quella fontana.
Ti lasci emozionare facilmente? Non c’è un motivo ragionevole. Solo una predisposizione ad esserlo.
Le cause sono una giustificazione per reazioni a cui non sapremmo dare un senso razionale. Perché osservo una mostra fotografica rischiando di scoppiare a piangere? Sarà stata la sofferenza negli occhi di quel giovane talebano con il braccio monco? O quel disgraziato raggomitolato nel pisciatoio di un McDonald?
Le cose succedono. C’è qualcuno, forse pochi, che sa apprezzarne la naturalezza. E si fa dominare. Qualcun altro che pretende di controllare le conseguenze dando loro un nome che non gli appartiene. Debolezza. Vigliaccheria. Non ci sono perché. Non ci sono definizioni. Solo la misera presunzione di poterne creare una.
Un problema è una necessità. Non biasimarla. Quante volte hai pensato che fosse tutto perduto. Quante volte ti sei detto: “E’ inutile, così non può continuare. Così non ce la farò mai”.
Il problema è una predisposizione mentale. Un trucchetto umano per farsi beffe del destino. Un’opportunità per timbrare presenza e continuare ad andare avanti. Un riconoscimento della propria superiorità nei confronti di ciò che è, è stato, sarà. Tutto è un problema.
Non esistono spazi in grado di raccogliere una delusione. Anche nel caso in cui la si voglia riassumere in parole. La delusione è un’ombra persistente. Affatica chi ne è vittima, sfianca chi ne è stato la causa. La delusione è una condizione immutabile.
Racchiuderla entro uno spazio significherebbe limitarla, ammettere una superiorità improbabile. Le delusioni esistono. Corrono al nostro fianco. Ci ricordano degli errori che abbiamo commesso. Ci dicono quello che non avremmo dovuto fare. Ci suggeriscono come dovremmo comportarci.
Le delusioni ti ricordano che l’inadeguatezza non ha voce in capitolo se è il momento di pronunciare un vaffanculo.
Ogni azione è il frutto di una reazione. Ogni reazione nasce da un’azione. Nel gioco di causa ed effetto l’uomo si scopre prigioniero. Prigioniero e vittima di se stesso.
Perché doveva finire in questo modo? Avevamo trovato un equilibrio che avrebbe soddisfatto entrambi. Tu con le tue marionette da assecondare, il desiderio costante di fuggire e la paura di restare sola. Io. Io con quello che ci avrei potuto trovare.
Quello che ci è successo non poteva descrivere ciò che è stato. Così come una brezza marina non fa altro che bisbigliare la storia di anni di tempeste.
Una donna non conosce mediazione. Vede l’orizzonte al di là del crepuscolo. Non vede come il sole abbia fatto ad arrivare da quella parte dell’emisfero.
Nonostante questo le storie restano. Ci dicono che un giorno qualcuno si lasciò andare pur di assecondare il desiderio. Raccontano di una notte senza sonno. Di corpi lasciati ad essiccare nella vergogna di chi si riconosce colpevole. La vita è un gioco di reazioni. Vince chi riesce ancora a tentennare.