Gennaio 23, 2012
Nessuna ragione

Ti lasci emozionare facilmente? Non c’è un motivo ragionevole. Solo una predisposizione ad esserlo. 

Le cause sono una giustificazione per reazioni a cui non sapremmo dare un senso razionale. Perché osservo una mostra fotografica rischiando di scoppiare a piangere? Sarà stata la sofferenza negli occhi di quel giovane talebano con il braccio monco? O quel disgraziato raggomitolato nel pisciatoio di un McDonald? 

Le cose succedono. C’è qualcuno, forse pochi, che sa apprezzarne la naturalezza. E si fa dominare. Qualcun altro che pretende di controllare le conseguenze dando loro un nome che non gli appartiene. Debolezza. Vigliaccheria. Non ci sono perché. Non ci sono definizioni. Solo la misera presunzione di poterne creare una.

Gennaio 22, 2012
Tutto è un problema

Un problema è una necessità. Non biasimarla. Quante volte hai pensato che fosse tutto perduto. Quante volte ti sei detto: “E’ inutile, così non può continuare. Così non ce la farò mai”.

Il problema è una predisposizione mentale. Un trucchetto umano per farsi beffe del destino. Un’opportunità per timbrare presenza e continuare ad andare avanti. Un riconoscimento della propria superiorità nei confronti di ciò che è, è stato, sarà. Tutto è un problema.

Gennaio 21, 2012
Un vaffanculo è per sempre

Non esistono spazi in grado di raccogliere una delusione. Anche nel caso in cui la si voglia riassumere in parole. La delusione è un’ombra persistente. Affatica chi ne è vittima, sfianca chi ne è stato la causa. La delusione è una condizione immutabile.

Racchiuderla entro uno spazio significherebbe limitarla, ammettere una superiorità improbabile. Le delusioni esistono. Corrono al nostro fianco. Ci ricordano degli errori che abbiamo commesso. Ci dicono quello che non avremmo dovuto fare. Ci suggeriscono come dovremmo comportarci.

Le delusioni ti ricordano che l’inadeguatezza non ha voce in capitolo se è il momento di pronunciare un vaffanculo.

Gennaio 21, 2012
Reazioni

Ogni azione è il frutto di una reazione. Ogni reazione nasce da un’azione. Nel gioco di causa ed effetto l’uomo si scopre prigioniero. Prigioniero e vittima di se stesso.

Perché doveva finire in questo modo? Avevamo trovato un equilibrio che avrebbe soddisfatto entrambi. Tu con le tue marionette da assecondare, il desiderio costante di fuggire e la paura di restare sola. Io. Io con quello che ci avrei potuto trovare.

Quello che ci è successo non poteva descrivere ciò che è stato. Così come una brezza marina non fa altro che bisbigliare la storia di anni di tempeste. 

Una donna non conosce mediazione. Vede l’orizzonte al di là del crepuscolo. Non vede come il sole abbia fatto ad arrivare da quella parte dell’emisfero. 

Nonostante questo le storie restano. Ci dicono che un giorno qualcuno si lasciò andare pur di assecondare il desiderio. Raccontano di una notte senza sonno. Di corpi lasciati ad essiccare nella vergogna di chi si riconosce colpevole. La vita è un gioco di reazioni. Vince chi riesce ancora a tentennare.  

Gennaio 17, 2012
Sarebbe bello saperlo

Arriva un momento della vita in cui pensi di non essere in dovere di spingerti oltre. Spesso questo limite coincide con le cose che abbiamo ottenuto. La nostra ingenuità arriva a questo. Arriva al punto di confondere il possesso con la gratificazione. Una donna, un lavoro, una casa. E’ tutto ciò che non avremmo mai voluto da adolescenti. E’ tutto quello di cui ci accontentiamo a trent’anni. Sarà una questione di prospettiva, di elementi che mutano. Resta il fatto che sarebbe bello saperlo prima che possa accadere. Sarebbe bello saperlo prima che l’abitudine, sospirandoci nell’orecchio, ci dica: Non hai via di scampo.

Non ci riflettere più di tanto. Ci sei già dentro, amico.

Gennaio 12, 2012
Ora, quando, poi

Procrastinare, che bella consuetudine. Soprattutto se ti hanno derubato la voglia di pensare al domani. Non sono stati loro. Loro ieri parlavano, guardavano, discutevano. Perché avrebbero dovuto condannarti?

Oggi è il tempo dell’azione. Il tempio della dilazione. “Un attimo, ho i panni che mi si infeltriscono” è un inno da ribadire, il calco di quanto sia rilevante l’ora, l’adesso, quella sabbia che per uno scriteriato mortale scorreva al ritmo dei secondi, come se si volesse darne importanza, come se si esaltasse in quel flusso il dolore di ciò che è stato. Finzioni non per questo meno vitali dell’ossigeno che respiriamo.

Ora, quando, poi. C’è solo abbandono, un misero, irremovibile abbandono. Una bestia accartocciata su se stessa bisognosa di calore non cerca luce, cerca risposte. 

Dicembre 11, 2011
Loro dicono

Loro parlano. Loro guardano. Loro discutono.

Loro. Poi loro. Poi ancora loro. 

Intanto nei campi si muove un vecchio adagio trascinato dal caldo ricordo dell’estate. Parla della sofferenza, della pelle secca e di un sole che non lascia scampo. Parla di una mano che si solleva. Sembrerebbe sfidare il destino. Si arrampica in cerca di ossigeno. Non ha più metallo da stringere. Non ha più sofferenza di cui godere.

E’ sempre stato così. Non pretendere che le cose cambino. L’uomo non pretende. Al massimo asseconda. Asseconda loro. Loro che promettono. E la coerenza di non mantenere.

Novembre 5, 2011
Saggezze

Nu tenimu cchiui mancu l’occhi cu chiancimu

Non abbiamo più neanche occhi per piangere.

Ottobre 14, 2011
Incomprensioni

Periferia romana. Una ragazza entra in un bar. Mi guarda sospettosa. Sposta la testa in direzione della barista, una siciliana sessantenne esausta dalla giornata di lavoro e dice: “Scusi, fate il change qui?”.

Il tono richiama qualcosa di milanese anche se la voce nascosta nel bavero della giacca non lascia spazio a convinzioni. La donna dall’altra parte del bancone la guarda richiamando leggermente la spalla destra. L’aveva esposta nel tentativo di servirmi uno degli ultimi tre arancini semifreddi messi in bella vista in vetrina.

La ragazza le ripete: “Si, il change dei soldi”. La donna le lancia uno sguardo incattivito mentre non nasconde la sua difficoltà a comprendere. La ragazza va via infastidita. La donna l’avrebbe mandata a quel paese. C’è sempre una dose di orgoglio nell’incomprensione. Non ci sono vinti e vincitori nell’incomprensione.  

Ottobre 1, 2011
Allora, cosa racconti?

Boh, non saprei, nulla. Forse avrei potuto risparmiare il condizionale. Forse sarei potuto rimanere in silenzio per non tradire la mia natura antisociale. Come va? Non è più una dichiarazione d’affetto ma un semplice intercalare alla stregua di un banale “Ahi”.

In fondo quando lo si incrocia per strada cos’è un conoscente se non un imprevisto del quale liberarsene nel più breve tempo possibile. Il disinteresse per le reciproche disgrazie è un sentire comune. Se non hai piacere ad ascoltare quello che potrei avere da raccontarti perché mi chiedi “Cosa racconti?”.

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